Casa: il 33% dei bolognesi è proprietario, il 48% è in affitto

I dati del Caf Acli di Bologna presentati oggi non lasciano dubbi: la precarietà abitativa induce a fare meno figli. È questo uno dei dati emersi dalla conferenza stampa di oggi, durante la quale sono stati presentati i dati riguardanti la situazione abitativa dei bolognesi, ricavati dalle dichiarazioni Isee, 730 e Imu presentati dal Caf dell’Associazione.

I principali elementi evidenziati da Simone Zucca, Direttore del Caf, riguardano il fatto che di oltre 8.000 modelli Isee, il 33% dei dichiaranti ha la casa di proprietà, di questi il 77% hanno figli. Il dato opposto è significativo: il 48% dei dichiaranti ai fini Isee è in affitto, il 19% occupa un alloggio in comodato d’uso da un parente o amico. Di questi, solo il 49% ha figli, a dimostrazione che la precarietà che induce a non mettere su famiglia non è più solo quella lavorativa, ma anche quella abitativa.

Il 63% di chi è in affitto, inoltre, ha un Isee sotto i 10.000 euro. Tuttavia, il 30% dei dichiaranti con Isee tra i 10.000 e i 20.000€ ha casa di proprietà. In molti casi, la differenza tra le due fasce reddituali è minima e si entra nello scaglione successivo proprio grazie alla presenza dell’immobile. Questo rende “più ricche” le persone ai fini Isee, facendo perdere loro dei benefici di welfare. “Ma sappiamo” nota la Presidente delle Acli, Chiara Pazzaglia “che per chi necessita di servizi di welfare l’immobile è per lo più un costo, un aggravio”, spiega. È vero soprattutto per gli anziani che decidono di ricoverarsi in strutture residenziali, i quali, per accedervi con tariffe sostenibili, si trovano costretti a vendere la loro casa.

Un altro problema si pone nel momento in cui la famiglia cresce, con l’arrivo dei figli: è quello dello spazio. “Sfatato il mito da lockdown, secondo cui tutti saremmo andati a vivere in campagna”, spiega Pazzaglia “chi necessita di una stanza in più e, quindi, di comprare una nuova casa si trova ora a fare i conti con un aumento del 5% circa dei prezzi di mercato a Bologna”. Una concorrenza tra poveri, quindi, che coinvolge le famiglie a basso e medio reddito, gli studenti e, da qualche tempo, anche i turisti.

E che Bologna sia una città di residenti precari e temporanei lo dimostra anche l’IMU: il Caf Acli, quest’anno, ha presentato ben 9.000 dichiarazioni IMU. Meno della metà sono di residenti a Bologna: sono dunque persone che si sono trasferite fuori città o che hanno una mantenuto altrove la loro stabilità familiare. “Bologna, dunque, non attira le famiglie che vogliano costruire qua il loro futuro”, osserva Filippo Diaco, Presidente del Patronato Acli. Che nota come sia imponente il gettito fiscale che deriva dall’IMU: la media versata dai contribuenti del Caf è 466€, che sale a 2.023 euro annui per chi la seconda casa l’ha a Bologna. Una spesa che testimonia, secondo Diaco, come “non sia più vero che anche chi ha la seconda casa è ricco: è quasi sempre un costo importante e spesso non è un investimento, bensì una casa ereditata o che è in attesa di essere venduta, a seguito di un trasferimento”.

Il costo della vita sta diventando insostenibile per le famiglie medie, spiegano le Acli. Che fanno anche notare come il 28% delle seconde case sia vuota: “su queste occorre ragionare”, spiega Pazzaglia, “per capire i motivi per cui non vengono immesse sul mercato immobiliare o degli affitti”. Le Acli, dal canto loro, propongono “modelli di cohousing tra studenti e anziani, che possono funzionare solo con l’interevento e la mediazione del Terzo Settore, pensando, con l’Amministrazione pubblica, a quali servizi di welfare si possono offrire per chi aderisce”. Infatti la carenza di alloggi mina profondamente anche il patto tra generazioni.

Marco Marcatili di Nomisma, intervenuto alla presentazione, conferma la percezione delle Acli. “Il 56% dei bolognesi ritiene di non avere un reddito adeguato per affrontare le spese per la casa”, dice. “A fronte di una spesa imprevista di soli 5.000 euro, il 35% delle famiglie bolognesi non sarebbe in grado di affrontarla” spiega. Considerando che più del 50% dei nuclei sono composti di una sola persona, spesso donna e anziana, la situazione è davvero preoccupante. Insomma, Marcatili concorda sul fatto che la casa non è più un investimento, ma “i bolognesi la comprano solo per viverci”. Nonostante le incertezze del periodo e l’aumento dei prezzi del 5,1% comprare casa è considerato ancora un traguardo importante, ma corriamo il rischio di “essere esclusivi e non inclusivi, perché manca un’offerta adeguata per giovani lavoratori, giovani coppie, studenti: la città rischia di diventare un recinto” conclude Marcatili. Il suggerimento di Filippo Diaco, Presidente del Patronato Acli, a questo proposito è quello “pensare di più la città in ottica Metropolitana, offrendo però servizi, trasporti e infrastrutture adeguate allo scopo”.

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